Razzismo
Ben-Gvir come i nazisti: «ci sono persone che non meritano di vivere»
Dichiarazioni del ministro ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir tornano a far discutere.
Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir ha recentemente chiesto in maniera pubblica l’assassino sistematico quotidiano di diecine di palestinesi.
Intervenendo domenica al podcast di Rom Braslavski e contestando l’adesione temporanea di Netanyahu alla posizione di Trump sulla riduzione del numero di gazani uccisi ogni giorno, il responsabile delle carceri israeliane, il Ben-Gvir, ha auspicato l’uccisione di 30-40 gazani ogni notte: «Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro. Credo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone».
Le parole del potente ministro dello Stato Ebraico hanno ricordato immediatamente a molti l’espressione nazista «Lebensunwertes Leben» («vita non degna di essere vissuta»), una definizione usata dal regime nazista per indicare quelle fasce della popolazione che, secondo il regime nazista, non avevano diritto alla vita e venivano destinate al programma di «eutanasia involontaria», Aktion T4.
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Il termine deriva dal saggio del 1920 Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens di Karl Binding e Alfred Hoche, che proponeva l’eliminazione di malati mentali, disabili gravi e “vite senza valore” per ragioni etiche ed economiche. I nazisti lo radicalizzarono all’interno della Rassenhygiene (igiene razziale) e del darwinismo sociale.
A partire dal 1939, con l’Aktion T4, il regime organizzò l’uccisione sistematica di decine di migliaia di bambini e adulti con disabilità fisiche o psichiche (incluso l’autismo, il cui studio fu iniziato proprio da un medico austriaco, il dottor Hans Asperger), attraverso gas, iniezioni e fame. I medici selezionavano le vittime in base a criteri di «produttività» e «purezza razziale»: chi non poteva lavorare o generare prole «sana» era considerato un peso per la Volksgemeinschaft (comunità del popolo) e quindi eliminabile.
Il concetto non si limitò ai disabili: fu esteso a ebrei, rom, omosessuali, «asociali» e prigionieri politici, presentando lo sterminio come atto «scientifico» (anche a quell’epoca c’erano «gli esperti») e «umanitario», liberando risorse economiche e sociali e purificando la razza ariana.
Il programma quindi si estese ai campi di concentramento, ma anche al ghetto di Varsavia, i cui profughi hanno con probabilità discendenti tra coloro che ora perpetrano la pulizia etnica Striscia di Gaza.
Il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels descrisse costantemente il popolo ebraico come «subumano» e dotato di «caratteristiche marcatamente parassitarie». Goebbels si suicidò il 1° maggio 1945 a Berlino, dopo aver ucciso la moglie e i sei figli con il cianuro.
Hans Frank, capo del regime nazista sulla Polonia occupata, rinchiuse gli ebrei nei ghetti, ridusse le loro razioni e sovrintese alla liquidazione del ghetto di Varsavia. «In ogni caso, inizierà una grande migrazione ebraica. Ma cosa dovremmo fare con gli ebrei? Pensate che si insedieranno nell’Ostland, nei villaggi? A Berlino ci dissero: “Perché tutta questa fatica? Non possiamo fare nulla con loro né nell’Ostland né nel Reichskommissariat. Quindi liquidateli voi stessi”. Signori, vi chiedo di liberarvi da ogni sentimento di pietà. Dobbiamo annientare gli ebrei ovunque li troviamo e ogniqualvolta sia possibile». Frank fu impiccato a Norimberga.
Dopo il 1945 il termine «Vita indegna di essere vissuta» era divenuto simbolo della barbarie nazista e dell’abisso etico raggiunto quando lo Stato decide chi merita di vivere. Con evidenza, i tempi stanno cambiando.
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Immagine screenshot da YouTube