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Venezuela: la Chiesa nell’attesa

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Mentre il presidente Trump annuncia la cattura del capo di stato venezuelano Nicolás Maduro durante un’operazione militare su larga scala il 3 gennaio 2026, la Chiesa cattolica è più che mai al centro del gioco politico. Preso tra la speranza di liberazione e il timore di sanguinose rappresaglie, il clero venezuelano sembra ora essere in un limbo, in attesa di un futuro incerto.

 

Non dalla Situation Room della Casa Bianca, né dallo Studio Ovale come di consueto, ma dalla sua lussuosa residenza privata di Mar-a-Lago in Florida, il presidente degli Stati Uniti ha condiviso la notizia con i suoi compatrioti. Attraverso i suoi consiglieri e i suoi account sui social media, Donald Trump ha confermato che le forze americane sono riuscite a catturare Nicolás Maduro e sua moglie, Cilia Flores.

 

L’operazione, descritta come un «colpo su larga scala», è stata caratterizzata da potenti esplosioni che hanno scosso Caracas intorno alle 2:00 del mattino, ora locale, facendo tremare le finestre dei quartieri residenziali e gettando la popolazione in uno stato di terrore misto a shock.

 

In questo caos, tutti gli occhi sono puntati sulla Conferenza Episcopale Venezuelana (CEV), pilastro morale di un Paese in cui il potere esecutivo è in gran parte assente. Per i sacerdoti e i vescovi del Paese, questa nuova era inizia non con gioia, ma con estrema cautela. Storicamente, la Chiesa cattolica è stata l’ultimo baluardo contro le tendenze autoritarie del regime.

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Ma questa posizione di mediazione e critica le è valsa la costante ostilità del governo. Oggi, mentre le milizie paramilitari – i famigerati «Colectivos» – potrebbero cercare capri espiatori dopo l’attacco, il rischio che la Chiesa subisca una repressione «in stile nicaraguense» è nella mente di tutti.

 

Diversi esperti religiosi citati dalla Catholic News Agency lanciano l’allarme. Il regime di Maduro aveva già avviato una strategia di delegittimazione della Chiesa cattolica, talvolta favorendo fedi alternative per erodere l’influenza dei vescovi.

 

Lo scenario temuto è che i fedelissimi rimasti al regime, messi alle strette, possano rivoltarsi contro chiese, scuole e sacerdoti, percepiti come alleati dell’opposizione e degli interessi stranieri. Perché non dobbiamo dimenticare il peso demografico e sociale della fede in Venezuela.

 

Su una popolazione di circa 28 milioni di persone, oltre il 72% si identifica come cattolico, rappresentando circa 25 milioni di fedeli. Per questa stragrande maggioranza, la Chiesa non è solo una religione, ma anche una vitale rete di solidarietà. In un Paese devastato dalla carenza di cibo e medicinali, sono state spesso le parrocchie e la Caritas a mantenere in vita la popolazione.

 

La recente cancellazione di grandi raduni, come quello previsto per la canonizzazione di José Gregorio Hernández – a causa delle pressioni politiche del regime, che voleva cooptare l’evento – dimostra quanto fosse alta la tensione già prima dei raid aerei americani.

 

Papa Leone XIV, parlando dal Vaticano, ha chiesto preghiere per le nazioni «insanguinate». In Venezuela, la Conferenza Episcopale del Venezuela (CEV) esorta i fedeli a mantenere la calma e la fraternità, sottolineando che la dignità umana deve rimanere al centro di qualsiasi transizione politica.

 

Resta una domanda: il Paese riuscirà a evitare la guerra civile? In ogni caso, i circa 25 milioni di cattolici venezuelani non aspettano più semplicemente la fine di un regime; sperano in una pace che non significhi nuove persecuzioni.

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

 

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Immagine di NoonIcarus via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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