Immigrazione
Velo e disintegrazione
Una conoscente, che non posso dire essere troppo polarizzata politicamente, mi racconta una sua sensazione.
Tutte le mattine, per portare i figli a scuola nella circolazione sempre più impazzita a causa della demenza degli assessorati al traffico, deve passare per una strada secondaria, che dalla periferia porta verso il centro, arrivando ai margini di un quartiere popolare del dopoguerra creato dagli allievi di Aldo Rossi, architetto celebrato dai soloni e dagli studenti della materia senza sapere bene perché.
Di fatto, i quartieri popolari altro non erano – altro non sono – che ingegneria sociale. Pensati per trasportare masse dalle campagne alle città, o dal Sud al Nord, certo arricchendo gli appaltatori che ronzavano attorno a qualche ras democristiano zonale, essi imponevano nella loro stessa esistenza un’idea fortissima, quella di poter assiepare geometricamente quante più persone possibili, unite solo dal bisogno primario della casa e dalla promessa del risparmio.
Come ha dimostrato incontrovertibilmente l’Unione Sovietica con i suoi satelliti del «socialismo reale», l’ingegneria sociale verticale, quella fatta di cemento autoritario, tende a fallire. I quartieri popolari italiani sono considerati dalla vox populi come esperimenti catastrofici da forse mezzo secolo e più. Potete pensare alla plastica immagine di Scampia, con le vele dove se non fanno da set a Gomorra vengono platealmente abbattute (per far spazio, magari, ad altri esperimenti di ingegneria sociale, come l’università).
Ora il fallimento dell’idea di quartiere popolare sintetico arriva ad un’altra conseguenza, possibilmente ancora più disastrosa – più degradante – di quanto già non fosse. Il fenomeno storico dell’immigrazione massiva ha esacerbato la condizione, creando uno spettacolo spaventoso anche se solo visto in superficie, senza andare a parlare di spaccio, maranza e accoltellamenti. Anche solo osservando i marciapiedi al mattino.
«Ma questo è il mio Paese?» chiede la mia amica, che confessa un pensiero che un po’ mi sorprende: «io mi vergogno, se questa è l’Italia». E poi, la domanda abissale: «ma allora che cosa è l’Italia?»
Molto semplicemente, le strade che deve attraversare, che dal quartierino danno verso la campagna dove vive, al mattino si riempiono di un numero impressionante di donne immigrate. Portano i figli in una scuola lì vicino, che a giudicare dall’affluenza non deve avere molti studenti italiani.
Sono tutte velate. Tutte. Tradiscono origini diverse: ci sono le tante nordafricane, le immancabili bengalesi, le africane nerissime che s’ciabattano con la flemma eterna della specie. Nessuna, si può notare, sorride mai. Non hanno troppa fretta, ma dalle smorfie si capisce che vivono le macchine che passano accanto con fastidio.
E poi, certo: sono tutte tracagnotte. Tutte, indistintamente. Stessa corporatura mini-cicciotta, coperta dai cappottini del mercato e sotto i vestitini tradizionali in parure con l’hijab. Il motivo è ovvio: la donna, per l’islam, non deve cagionare tentazione, non deve farsi bella. Semplifico, ma è così, soprattutto se penso che in tanti anni (dalla sciagura della legge Martelli del 1990 in poi) in cui mi è stata inflitta l’invasione terzomondiale, mai ho visto una bella immigrata musulmana. Pazzesco.
Mai davvero: non ne ricordo una. Anzi, no, non è vero, ce ne sono alcune che, almeno dalle foto dei giornali, sembrano delle belle ragazze davvero: per esempio Sanaa Dafani, la 18enne di origine marocchina sgozzata dal padre in un bosco perché voleva vivere liberamente come le sue coetanee italiane ed era fidanzata con un pordenonese non musulmano di 31 anni. Anche Hina Saleem (2006), Sana Cheema (2018), Saman Abbas (2021) apparivano dalle fotografie come belle ragazze – ragazze normali, dove la bellezza irradia automaticamente dalla giovinezza e dalla femminilità. Tutte uccise: non assomigliavano al modello umano che vediamo ora per strada.
In pratica, le donne immigrate non assomigliano in nulla alle donne italiane. E qui bisogna esplicitare: non vogliono, non è loro permesso anche se volessero, ma non crediamo lo vogliano (e sappiamo cosa succede se si mettono in testa certe idee). Il velo sta a significare questo: il velo islamico è il simbolo della disintegrazione.
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È qui che manca il ragionamento della classe politica ed intellettuale, pagata per essere in ritardo sulla lettura della realtà (cioè, come nel welfare sanitario, salariata perché ritardata): ogni proposito sull’integrazione degli immigrati è da considerarsi morto, ridicolo solo a pensarci.
L’integrazione è rifiutata apertamente, open air, in faccia al contribuente italiano che paga all’immigrato tutto, l’appartamento nel quartiere popolare, l’assistenza medica, l’assistenza legale (sì: i «rifugiati» ne hanno diritto, ad oltranza, voi no), più nei vari casi vestiti, telefonini, scooter elettrici.
Il messaggio delle donne hijabbate alle nostre donne, quello che percepisce la mia amica, è: noi non vogliamo essere come voi, ma siamo qui lo stesso. E quindi, da qui a capire che quello che stanno facendo è sostituirci, quanto ci vuole? Nessuno che abbia la sensibilità umana rimasta intatta, non narcotizzata sino all’overdose dai giornali degli Agnelli e dei De Benedetti, lo può capire, anche solo passando per strada in macchina.
La disintegrazione è ovunque, è agita con una boria spaventosa dagli immigrati, e tollerata in modo indecente dalle autorità – persino l’autorità scolastica.
Nella classe del figlio di un amico, 11 anni appena compiuti, ci sono già bambine velate. Gli 11 anni, va detto, sono da considerare come il limite inferiore per l’età del velo: l’hijab diventa un obbligo islamico a partire dal raggiungimento della pubertà (in arabo bulugh), generalmente quindi tra gli 11-12 e i 14 anni. Potrei pensare che, più che interpretazioni giuridiche di qualche tradizione islamica, le famiglie vogliano, anche qui, dare da subito un segno a tutti i compagni italiani. Un segno di distinzione – noi siamo diversi, mia figlia non vuole essere come voi. Un segno di disintegrazione.
Le autorità della scuola non possono obiettare nulla sul velo alle bambine, certo, e ci mancherebbe nel nostro Regno-Repubblica di origini massoniche. Esse, tuttavia, dovrebbero aver qualcosa da ridire sugli studenti che non parlano italiano, e che continuano tuttavia a frequentare le medesime classi senza, incredibile dictu per chi come me ricorda la scuola di qualche decennio fa, essere mai bocciati.
È il caso del figlio di un altro amico, ragazzo di 12 anni sveglio davvero, la mamma dell’Est Europa. Ha in classe un compagno bengalese, che non parla una parola di italiano, e siamo già alla seconda media. Non è che l’asiatico sia timido: è proprio che non spiccica una parola della lingua del Paese che lo ospita, chissà da quanto, anche perché, mi raccontano, proprio non capisce.
Il figlio dell’amico mi racconta di essersi fatto una domanda semplice-semplice: ma se questo non capisce una parola di italiano, perché mai deve venire a scuola? Senza malizia alcuna, mi dice con logica: passa sei ore a scaldare il banco? Si sta ad ascoltare centinaia di ore di lezione di tutte le materie, senza comprendere nulla? Che senso ha?
Ad un certo punto, morso dal dilemma, beata innocenza, il ragazzino lo chiede all’insegnante di religione (essì), che si adombra e si adira per una domanda del genere, e non poteva essere altrimenti: il datore di lavoro, la diocesi, è gravemente immischiata nel business dell’accoglienza, che dà alla Chiesa italiana tanti danari pubblici (e pure della carne fresca, e non per conversioni, ma questi sono scandali di cui qui non vogliamo parlare).
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Un bambino da solo si rende conto di quanto il sistema sia innaturale ed insostenibile, di quanto l’autorità sia completamente illogica, e stupida, incomprensibile. Di più: il bambino cresce già con l’idea dell’ingiustizia sistemica nei suoi confronti. Lui, infatti, deve studiare, sottoporsi ai riti ciclici delle verifiche e delle interrogazioni, dei rimproveri e delle pagelle. Il bambino immigrato, invece, no: promosso ogni anno senza capire una parola della lingua. Protetto dalla disintegrazione.
Sappiamo che i problemi sono più gravi di questi. La disintegrazione è ciò che ora guida la teppa di ragazzini extraeuropei che stanno distruggendo Parigi, Milano e tante altre città. La disintegrazione portata nel cuore dagli immigrati come un valore irrinunziabile, sancito dallo Stato moderno «laico», si propaga dall’individuo alla società.
Tuttavia, il fenomeno è uno solo, ed è visibile ad occhio nudo, anche senza vetrine spaccate, guardando le moltitudini di donne velate, per strada o nelle scuole medie. Si tratta di un sintomo diverso della stessa malattia. Hijab e Piazza Duomo in fiamme sono segni della medesima sostanza.
È per questo che abbiamo ritenuto ridicolo il decreto legge meloniano che vieta l’uso del velo integrale (burqa e niqab) nelle scuole. I casi di velo integrale immaginiamo siano pochissimi, mentre l’hijab è entrato in ogni classe (altro che Crocifisso). È come se, in ogni aula, si fosse fatta entrare una bandiera, che certo non rappresenta il Paese, lo Stato, e nemmeno, diciamo cos’, la religione concordataria.
È perfino peggio, se ci pensiamo: la donna burqa ti respinge al punto che è impossibile non pensarla come estranea, mentre il velo libero porta tutti (specialmente i ragazzi) a pensare che sia normale. Conosciamo lo stile democristiano: fingi di fare qualcosa di giusto e morale, ma stai facendo l’opposto, e probabilmente pure lo sai, perché tanto quello che desidera il politico è il compromesso per andare avanti per ancora un po’ di stipendi («Meglio tirare a campare che tirare le cuoia», diceva Andreotti, enucleando involontariamente l’esatto opposto di quello che è un eroe, cioè ciò di cui ha bisogno uno Stato)
La Meloni ha voluto fare «qualcosa di destra», come quella volta con la buffonata dell’utero in affitto «reato universale». Cioè non ha fatto nulla: ha solo puntato il dito sul sintomo, senza considerare neanche lontanamente la malattia, e, soprattutto, senza avere neanche la minima idea di come la malattia possa degenerare, e stia degenerando.
Perché sappiamo che per l’immigrato, lo sappia o no, il piano è quello della disintegrazione. Della distruzione dell’Italia e del suo tessuto sociale per come lo ricordiamo – è questo che scandalizza la mia amica, anche senza pensarci a fondo. È questo che già si immagina il dodicenne vedendo la follia e l’ingiustizia dell’immigrazione nelle scuole.
È impossibile pensare che tutto questo non abbia l’avallo del potere, che sta lasciando liberi i maranza nel saccheggio della città di Ambrogio mentre con i no-vax in pandemia erano botte e arresti, vecchietti inclusi.
Lo scopo di un sistema è ciò che fa. La Grande Sostituzione è in atto per volere dei vertici, che magari non si vedono, ma le loro idee sono trapelate fugacemente da opere come quelle del conte Calergi. Vogliono instaurare l’anarco-tirannia, per schiacciare gli europei (cittadini difficili, perché pretendono uno Stato che li protegga, pretendono diritti inalienabili, e di base la dignità umana, eredità del Cristianesimo) e dominarli, se necessario eliminarli tutti.
Vi sostituiranno, vi disintegreranno. Un velo islamico alla volta.
Roberto Dal Bosco
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