Pensiero
Memoria, vendetta, perdono: la vera via alla pace interiore e mondiale
E così, anche quest’anno è passata la cosiddetta «giornata della memoria». Espressione che in teoria esprime la massima genericità, ma in realtà copre l’idea di una memoria unica, fondata su una memoria specifica, che epperò, negli intenti degli organizzatori (chiunque essi siano) deve estendersi a tutta la mente dell’umanità.
Dobbiamo ricordarci, in questo giorno che si vuole mondialmente condiviso, di quando ad una parte della popolazione fu tolta la libertà, fu impedito di accedere a luoghi pubblici, fu impedito di lavorare, fu spinta verso luoghi di reclusione, fu giudicata pericolosa e biologicamente inferiore.
Ebbene, noi che la memoria la conserviamo, perfino quella recente (per l’abolizione della quale, aveva intuito Giorgio Orwell, sono stati creati i giornali e la propaganda, che di fatto esistono per pensare al posto tuo dandoti l’illusione di usare il cervello) rammentiamo che tutto questo è successo pochi mesi fa. È successo a noi stessi.
Tutto vero: discriminazione, campi di concentramento (noi ricordiamo i lager dell’Australia, e le proposte in vari Paesi occidentali, spinte da un’opinione pubblica che li riteneva una misura consona), razzismo biologico – anzi, anche più in profondo, biomolecolare: senza mRNA niente lavoro, niente libertà, niente diritti.
E nulla, la giornata della Memoria è per questo ricordo, pure ancora presente nella memoria RAM di tantissimi, che del sopruso portano pure magari qualche cicatrice indelebile.
Ma va bene, cestiniamo pure il nazismo pandemico, restiamo sul presente.
È comunque grottesco vedere che, nella presente situazione geopolitica, con accuse di genocidio che volano per il mondo e nelle Corti Internazionali, vada avanti questo che è stato giustamente qui definito come un «rito assolutorio unilaterale a tempo indeterminato, in grado cioè di garantire per sempre a una sola parte una micidiale impunità».
Qualcuno dice: l’abusato diventa abusatore, è un doloroso fenomeno psicologico naturale.
Ebbene, non è così: i cristiani, quelli che porgono l’altra guancia, hanno un metodo infallibile per spezzare la catena del Male – il perdono.
Sì, i cristiani, più che alla memoria, si appellano al perdono, che è la memoria mantenuta, ma vinta e ricondotta alla pace interiore ed esteriore. Senza perdono, la memoria, oltre che dolore, può divenire un’altra cosa che i cristiani ritengono intollerabile: la vendetta. E la vendetta, inevitabilmente, porta al problema che si crede di esorcizzare con la «memoria»: la violenza.
Direte: ma quelli mica sono cristiani.
Rispondiamo: sì, il punto forse è proprio quello.
Roberto Dal Bosco
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