Spirito
La soluzione liturgica di papa Leone XIV
Durante il recente viaggio apostolico di Leone XIV in Francia, le cerimonie liturgiche sono state dignitose. Era la messa nuova senza eccessi: niente «chierichette», come richiedevano le femministe progressiste di Magdala (ex Comitato della gonna). Si sono cantati in latino il Gloria, il Pater, il Salve Regina… È il segno di un ritorno a una certa tradizione?
È soprattutto la volontà del papa, lui che spiega il vivo interesse dei giovani per la messa tradizionale con gli eccessi della liturgia conciliare. Il suo ragionamento è semplice: se si eliminano questi abusi, l’interesse si attenuerà a poco a poco. È ciò che affermava mezza voce nel suo libro-intervista Léon XIV, pape missionnaire d’une Église mondialisée (Artège/Le Rocher, 2025):
«Gli “abusi” in ciò che chiamiamo la messa del Vaticano II non hanno aiutato le persone che cercavano un’esperienza più profonda della preghiera, un contatto con il mistero della fede che sembravano trovare nella celebrazione della messa tridentina. Ebbene, se celebriamo la liturgia del Vaticano II in modo appropriato, trovate davvero una grande differenza tra questa esperienza e quella?».
Il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, ha espresso il fondo del pensiero del papa in un messaggio indirizzato ai vescovi di Francia il 18 marzo 2026: bisogna trovare «soluzioni concrete» per «includere generosamente le persone sinceramente legate al Vetus Ordo», a condizione che ciò avvenga «nel rispetto degli orientamenti voluti dal Concilio Vaticano II in materia di liturgia». In breve, il Novus Ordo con il latino e l’incenso.
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Leone XIV pensa di poter fare così l’unità, come ha detto a Notre-Dame il 25 settembre: «Fate dunque passare la comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa prima delle vostre sensibilità personali, per coltivare l’unità del popolo di Dio». E ha insistito a Lourdes il 27 settembre: si tratta di una «unità dinamica che si nutre della Tradizione della Chiesa – dai Padri fino al Concilio Vaticano II – e del Magistero postconciliare. Inoltre, si arricchisce nel dialogo reciproco, a partire dalla fede, secondo uno stile sinodale…».
Tradotto: non c’è rottura dottrinale tra la Tradizione e il Concilio, tra la messa tridentina e quella di Paolo VI, ma semplicemente degli «abusi» da correggere in un dialogo sinodale.
Così viene spazzato via il giudizio teologico dei cardinali Alfredo Ottaviani e Antonio Bacci nel loro Breve esame critico (1969): «Il Novus Ordo Missæ (…) si allontana in modo impressionante, nell’insieme come nei particolari, dalla teologia cattolica della santa Messa, quale fu formulata nella XXII sessione del Concilio di Trento, il quale, fissando definitivamente i canoni del rito, eresse una barriera insormontabile contro qualsiasi eresia che potesse attentare all’integrità del Mistero».
Il papa vuole «depolarizzare» la questione liturgica, ma non vede che i fedeli sono legati alla messa tradizionale non per «sensibilità personale», bensì per fedeltà al dogma. Vogliono il Sacrificio sacramentale e non una cerimonia ibrida, mezza cattolica e mezza protestante, rivolta agli uomini, aperta al mondo e ai suoi «valori». moderni. Una dignità esteriore non risolverà la questione liturgica, che è dogmatica: lex orandi, lex credendi.
Don Alain Lorans
Questo articolo è un editoriale di DICI, mensile francese di informazione e analisi della Fraternità San Pio X.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)