Economia

La produzione petrolifera saudita crolla al livello più basso dal 1990

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La produzione di petrolio greggio dell’Arabia Saudita è crollata di quasi 2 milioni di barili al giorno ad agosto, toccando il livello più basso degli ultimi 35 anni, a causa dei conflitti in Medio Oriente che hanno messo sotto pressione le rotte di esportazione del regno. Lo riporta Bloomberg.

 

Secondo il rapporto mensile del gruppo, ottenuto dalla testata finanziaria neoeboracena, Riyadh ha comunicato all’OPEC che la produzione è scesa di 1,9 milioni di barili al giorno il mese scorso, attestandosi a 6,238 milioni di barili al giorno.

 

Questa cifra rappresenta un nuovo minimo da quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l’Iran alla fine di febbraio, nonché il livello di produzione più basso del regno dall’inizio della Guerra del Golfo nel 1990.

 

L’Arabia Saudita è stretta tra le interruzioni di entrambe le principali rotte marittime di esportazione. Il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è stato fortemente limitato per il conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran, costringendo a una maggiore dipendenza dalle rotte del Mar Rosso.

 

Le forze Houthi, allineate con l’Iran, nello Yemen hanno ripreso la guerra contro le forze governative sostenute dall’Arabia Saudita e hanno dichiarato un blocco marittimo contro il regno.

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Gli Houthi hanno colpito direttamente anche le infrastrutture energetiche saudite. Martedì un attacco missilistico e con droni ha incendiato impianti petroliferi e costretto all’interruzione delle attività in alcuni stabilimenti, secondo le autorità saudite, anche se Riad ha fornito pochi dettagli sull’entità dei danni o sull’impatto sulla produzione.

 

Secondo quanto riferito, giovedì gli Houthi hanno conquistato la strategica città portuale di Mocha, rafforzando il controllo sulle vie di accesso allo stretto di Bab al-Mandeb, l’ingresso meridionale del Mar Rosso e una rotta cruciale per le esportazioni di petrolio saudita. Il gruppo ha detto che la navigazione resta sicura per le altre navi, ma non per quelle saudite.

 

La pressione è già visibile nei dati sul trasporto marittimo: i dati provvisori sul traffico di petroliere raccolti da Bloomberg mostrano un calo di circa un terzo delle esportazioni di greggio saudita ad agosto.

 

Riyad ha comunicato all’OPEC che la sua «offerta sul mercato», che include il greggio prelevato dalle scorte, si attestava a 7,122 milioni di barili al giorno, suggerendo che il regno abbia attinto alle scorte per compensare la riduzione della produzione. Una stima separata dell’OPEC, basata su fonti secondarie esterne, era sostanzialmente più alta e collocava la produzione saudita a 7,276 milioni di barili al giorno ad agosto.

 

Le crescenti minacce sia per Hormuz sia per Bab al-Mandeb hanno fatto impennare i prezzi del petrolio. Il Brent ha chiuso giovedì in rialzo del 6,3% a 107,63 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate è salito a 102,48 dollari, con entrambi i benchmark ai livelli più alti da maggio.

 

Nel frattempo gli Stati Uniti si sono assicurati il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili delle riserve petrolifere accertate del Venezuela, grazie a un ampio accordo di investimento. Il presidente Donald Trump ha descritto il petrolio come un «dono» che contribuirà a ricostituire le riserve strategiche americane.

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Immagine di Suresh Babunair via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported 

 

 

 

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