Storia

I Manciù, gli Inglesi e l’oppio

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Il 19 marzo 1853 un esercito di contadini, minatori e carbonai dai capelli lunghi entrò a Nanchino, l’antica capitale della Cina meridionale. Come racconta lo storico Stephen R. Platt nel libro Autumn in the Heavenly Kingdom, i ribelli Taiping massacrarono la popolazione mancese della città senza risparmiare donne né bambini.

 

Per la dinastia Qing, che regnava sulla Cina da oltre due secoli, era il segnale più chiaro di una crisi che veniva da lontano. Per capirla bisogna risalire a chi erano i mancesi e al perché tanti cinesi li considerassero ancora degli stranieri.

 

I mancesi erano un popolo guerriero della Manciuria, la regione a Nord-Est della Grande Muraglia. All’inizio del Seicento i loro capi riunirono le tribù in un unico Stato che prese il nome di Qing, cioè «puro». L’occasione per entrare in Cina arrivò nel 1644. Una rivolta contadina aveva travolto la dinastia Ming e i ribelli avevano preso Pechino. Un generale cinese aprì ai mancesi i passi della Grande Muraglia perché lo aiutassero a cacciare gli insorti. I mancesi presero la capitale ma non se ne andarono più: nasceva così l’ultima dinastia imperiale cinese, destinata a durare fino al 1912.

Era una minoranza di conquistatori che governava centinaia di milioni di cinesi Han. Il suo potere poggiava sulle Otto Bandiere, un’organizzazione militare che teneva i mancesi separati dal resto della popolazione, con guarnigioni proprie, stipendi garantiti dallo Stato e una lingua di corte diversa. Lo storico di Harvard Mark C. Elliott ha descritto questa sovranità etnica nel saggio The Manchu Way, costruito sui documenti scritti in mancese degli archivi imperiali.

 

A tutti i sudditi maschi fu imposto il segno della sottomissione: fronte rasata e codino. Nel 1645 l’obbligo scatenò rivolte in molte città del Sud, soffocate nel sangue. Per generazioni le società segrete continuarono a coltivare l’odio verso i dominatori del Nord con un motto che diceva tutto: rovesciare i Qing per restaurare i Ming.

 

Il Settecento fu il secolo d’oro dei Qing, che portarono l’impero alla sua massima estensione. Quando nel 1793 un’ambasceria britannica chiese di aprire il commercio con l’Inghilterra, l’imperatore rispose che il Celeste Impero non aveva bisogno di nulla. Ma la popolazione cresceva più in fretta delle terre coltivabili, i funzionari erano sempre più corrotti e le rivolte contadine si moltiplicavano. In questo impero già in affanno si inserì il commercio più cinico dell’Ottocento.

 

La Compagnia britannica delle Indie Orientali comprava in Cina tè, seta e porcellane pagando in argento. Per riequilibrare i conti cominciò a esportare a Canton l’oppio coltivato in Bengala. Il traffico che legava India, Inghilterra e Cina crebbe a dismisura nei primi decenni del secolo: milioni di cinesi diventarono dipendenti mentre l’argento prendeva la strada di Londra.

 

Nel 1839 l’imperatore mandò a Canton il commissario Lin Zexu (1785-1850) con l’ordine di stroncare il contrabbando. Lin fece sequestrare oltre mille tonnellate di oppio ai mercanti stranieri e le fece distruggere in pubblico. Scrisse anche una lettera alla regina Vittoria (1819-1901), chiedendole come potesse permettere ai suoi sudditi di vendere ad altri un veleno vietato in patria.

 

Così nel 1839 cominciò la prima guerra dell’oppio (1839-1842). Londra rispose con le cannoniere: il ministro degli Esteri Lord Palmerston (1784-1865) mandò la flotta a difendere gli interessi dei trafficanti. In Parlamento il giovane William Gladstone (1809-1898) la definì la guerra più ingiusta di cui avesse mai sentito parlare.

 

Nell’agosto 1842 i Qing dovettero firmare il Trattato di Nanchino: cessione di Hong Kong, apertura di cinque porti, un indennizzo di ventuno milioni di dollari d’argento. Sei di quei milioni servivano a risarcire i trafficanti per l’oppio distrutto a Canton. Lin Zexu fu destituito ed esiliato, capro espiatorio di una corte che non voleva ammettere la propria debolezza. Per i cinesi iniziava allora il «secolo dell’umiliazione»”, come lo chiama ancora oggi la propaganda di Pechino.

 

La sconfitta ebbe effetti devastanti nel Sud. L’indennizzo fu scaricato sui contadini con nuove tasse. Lo spostamento del commercio verso Shanghai lasciò senza lavoro migliaia di facchini e barcaioli della regione di Canton. Proprio lì viveva Hong Xiuquan (1814-1864), un maestro di villaggio che aveva fallito più volte gli esami per diventare funzionario. Dopo una bocciatura cadde in una grave malattia accompagnata da visioni. Anni dopo lesse un opuscolo cristiano e si convinse di essere il figlio minore di Dio, fratello di Gesù, chiamato a sterminare i «demoni» mancesi. La sua parabola è ricostruita da Jonathan D. Spence (1936-2021) nel libro Il figlio cinese di Dio.

 

La rivolta dei Taiping (1851-1864) nacque da qui. Hong fondò una setta religiosa che raccolse contadini poveri, minatori e banditi. Nel gennaio 1851 proclamò il Taiping Tianguo, il Regno celeste della grande pace. I seguaci si lasciavano crescere i capelli in segno di rifiuto del codino. Il programma era radicale: terra in comune, divieto di oppio, alcol e prostituzione, abolizione della fasciatura dei piedi, donne in armi. In due anni i ribelli arrivarono a Nanchino e ne fecero la loro capitale.

 

Il movimento però si divorò dall’interno. Nel 1856 una lotta per il potere tra i capi finì in un bagno di sangue con migliaia di morti nella capitale ribelle. I generali migliori se ne andarono o caddero in battaglia.

 

A salvare i Qing non fu l’esercito imperiale ma le élite confuciane delle province. Il funzionario Zeng Guofan (1811-1872) arruolò un’armata regionale fedele a lui più che al trono. Al suo fianco combatté l’«Esercito sempre vittorioso», guidato da ufficiali occidentali come il britannico Charles Gordon (1833-1885). L’ufficiale inglese Augustus Lindley (1840-1873), che invece si era unito ai ribelli, nella prefazione al suo libro Ti-Ping Tien-Kwoh definì l’intervento del suo governo un crimine nazionale mai condannato.

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Nel giugno 1864 Hong morì. A luglio Nanchino cadde e i suoi abitanti furono massacrati. I morti dell’intera guerra furono almeno venti milioni.

 

Nel 1856 cominciò la seconda guerra dell’oppio (1856-1860). Mentre la guerra civile infuriava, il sequestro di una nave a Canton offrì a Londra il pretesto per aprire un secondo fronte. Questa volta la Gran Bretagna aveva al fianco la Francia. Nel 1858 le due potenze strapparono i trattati di Tianjin: nuovi porti, ambasciate a Pechino, libertà per i missionari.

 

Quando l’anno dopo i cinesi respinsero la loro flotta, la vendetta fu totale. Nel 1860 le truppe anglo-francesi marciarono su Pechino, l’imperatore fuggì e in ottobre il Palazzo d’Estate fu saccheggiato e dato alle fiamme. Victor Hugo (1802-1885) riassunse l’impresa dei due «civilizzatori» europei in poche parole: «uno saccheggiò, l’altro incendiò».

 

Con la Convenzione di Pechino la Cina cedeva Kowloon, pagava nuovi indennizzi e accettava di fatto il commercio legale dell’oppio. Ottenuto tutto ciò che volevano, britannici e francesi scoprirono di preferire una dinastia debole ma obbediente a un regno ribelle imprevedibile. Da quel momento sostennero i Qing contro i Taiping con armi, ufficiali e denaro.

 

Fu il paradosso finale. La dinastia mancese sopravvisse grazie alle stesse potenze che l’avevano umiliata, pagando il prezzo di un Paese aperto con la forza ai loro mercanti. Ma l’idea di cacciare i Qing non morì con i Taiping.

 

Sun Yat-sen (1866-1925) era nato nella stessa regione di Canton e da ragazzo, affascinato dai racconti dei vecchi ribelli, si faceva chiamare «il secondo Hong Xiuquan».

 

Studiò medicina alle Hawaii e a Hong Kong, poi lasciò la professione per la politica. Nel 1894 fondò la sua prima società segreta con un obiettivo antico: rovesciare i mancesi. Quando il 10 ottobre 1911 una rivolta militare a Wuchang fece crollare il potere imperiale provincia dopo provincia, Sun si trovava negli Stati Uniti. Rientrò in fretta e il 1° gennaio 1912 fu proclamato a Nanchino primo presidente provvisorio della Repubblica cinese. Per questo ancora oggi è chiamato il padre della Cina moderna.

 

L’ultimo atto della dinastia ha il volto di un bambino. Puyi (1906-1967) salì al trono nel 1908 a meno di tre anni e abdicò nel febbraio 1912. Nel 1932 i giapponesi lo misero a capo del Manchukuo, lo Stato fantoccio creato nella Manciuria occupata. Nel 1934 lo incoronarono imperatore. L’erede dei conquistatori mancesi tornava a regnare sulla terra dei suoi antenati, ma solo di nome: il potere era nelle mani dell’esercito giapponese.

 

Catturato dai sovietici nel 1945, fu consegnato alla Cina di Mao Zedong (1893-1976) e passò quasi dieci anni in un campo di rieducazione. Graziato nel 1959, finì la vita lavorando nell’orto botanico di Pechino dopo aver scritto la propria autobiografia. Da quelle pagine Bernardo Bertolucci (1941-2018) trasse L’ultimo imperatore, il primo film occidentale girato nella Città Proibita, premiato con nove Oscar nel 1988.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine: l’ultimo imperatore Puyi, il suo tutore Refinald Johnston, la principessa Wanrong nel Giardino Zhang.

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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