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I depositi di torio della Cina dureranno 60.000 anni
La rivista online Elnion, piattaforma mediatica specializzata in temi tecnologici e aziendali quali Intelligenza Artificiale, cloud computing, dati, sicurezza informatica, impresa digitale e ambiti affini, ha concluso che la Cina possiede riserve di torio sufficienti a durare 60.000 anni. Non viene spiegato in alcun modo come sia stato calcolato questo numero preciso di 60.000. L’articolo non riporta il nome di un autore specifico, limitandosi a indicare «la redazione».
A titolo di confronto, se si ipotizzasse di consumare un milione di tonnellate di torio in 60.000 anni, si arriverebbe a sole 16,6 tonnellate all’anno. Nel frattempo, India e Brasile producono già circa 1.100 tonnellate di torio ogni anno. Sembra quindi un clamore sproporzionato rispetto alla realtà, anche riconoscendo che il complesso minerario cinese di Bayan Obo è di livello mondiale, in particolare per le terre rare. È evidente, tuttavia, che la cifra di 60.000 anni non ha un reale significato scientifico.
«Molto più rilevante, e decisivo per la sopravvivenza dell’umanità, è impiegare le risorse disponibili per innalzare il tenore di vita in tutto il pianeta, che oggi resta drammaticamente basso. Basti pensare che circa 600 milioni di persone vanno a dormire affamate ogni sera» commenta EIRN. «La scoperta di enormi giacimenti di torio significa che, se la specie umana si ponesse l’obiettivo di elevare nel più breve tempo possibile il tenore di vita dell’intera popolazione mondiale a un livello nettamente superiore a quello goduto da un operaio industriale americano qualificato nel 1970, potremmo raggiungere tale traguardo molto più rapidamente di quanto si tenda a credere».
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La Cina ha inoltre realizzato altre innovazioni significative: ha completato il primo rifornimento continuo di un reattore a sali fusi al torio senza spegnimento, sviluppando inoltre per gli impianti a fissione tradizionali, un nanofiltro in grado di estrarre l’uranio dall’acqua di mare a un costo praticamente uguale a quello dell’estrazione mineraria convenzionale; si stima che negli oceani siano presenti circa 4,5 miliardi di tonnellate di uranio pronte per essere recuperate.
Il torio-232 è un metallo radioattivo naturale presente nella crosta terrestre in quantità circa tre-quattro volte superiori a quelle dell’uranio. La sua importanza deriva principalmente dal ciclo del torio: assorbendo un neutrone si trasforma in protattinio-233 e poi in uranio-233, un combustibile fissile eccellente, molto efficiente e con ottime proprietà neutroniche.
Le riserve di torio stimate sono enormi e potrebbero garantire energia per migliaia di anni a consumi attuali. Rispetto all’uranio-plutonio, questo ciclo produce una frazione molto ridotta di plutonio e di attinidi a lunga vita, riducendo drasticamente il volume e la pericolosità dei rifiuti nucleari a lungo termine. Inoltre presenta un rischio di proliferazione nucleare sensibilmente inferiore, perché l’uranio-233 è più difficile da separare e da utilizzare per armi rispetto al plutonio-239.
La tecnologia più promettente per sfruttarlo è il reattore a sale fuso (MSR), già sperimentato con successo negli anni Sessanta al Oak Ridge National Laboratory e oggi al centro di progetti in Cina, India e diverse startup private. Sebbene permangano sfide tecniche significative, come la corrosione dei materiali e la gestione del protattinio-233, il torio rappresenta una delle opzioni nucleari più interessanti per un futuro energetico pulito, abbondante e relativamente sicuro nel medio-lungo periodo.
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Immagine di Squishyhippie via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International