Quale sarà il futuro delle case protette e degli anziani?

 

 

 

Una cosa certa che il COVID-19 ha dimostrato al mondo intero, è che le case protette per anziani non sono affatto posti sicuri. Chi scrive lo dice contro il proprio interesse professionale, lavorativo e quindi finanche economico-familiare.

 

Non sono posti sicuri non perché gli anziani vengono maltratti — il fenomeno purtroppo esiste, lo sappiamo, in percentuali basse ma probabilmente realisticamente molto più alte vista la difficoltà nel fare emergere gli scandali a causa di perversi meccanismi di omertà che vengono ad instaurarsi —, quanto piuttosto perché si sono dimostrati essere luoghi impreparati e anche un po’ abbandonati davanti alle necessità vere, serie, come lo è stata l’emergenza COVID-19.

 

Persone fragili, compromesse, in posti altrettanto fragili da un punto di vista sanitario-organizzativo. Questo giudizio non vale per tutti i luoghi, certo, ma per la stragrande maggioranza i essi, sì, dal momento che è proprio la strutturazione delle residenze per anziani a renderle implicitamente fragili e sottoposte al rischio.

 

Una cosa certa che il COVID-19 ha dimostrato al mondo intero, è che le case protette per anziani non sono affatto posti sicuri

Nella mala gestione dell’emergenza COVID ci sono certamente della responsabilità, di cui gli organi competenti, così come le strutture private dovranno rispondere. È però indubbio — e lo sapevamo tutti — che la maggior parte di tali strutture non sarebbero mai state in grado di riuscire a far fronte ad un simile tsunami, e questo perché il terzo settore è spesso lasciato scoperto di ogni protezione, formazione, prevenzione. 

 

In particolare, l’idea utilitarista attraverso la quale si guarda agli anziani, spesso visti come l’ultima ruota del carro solo perché si giudica la vita non come un bene indisponibile, ma come un bene da pesare in base alle prospettive e all’utilità che essa può dare alla società, fa sì che di essi, tuttalpiù, ci si occupi solo quando  ci si è già occupati di tutto il resto.

 

…L’idea utilitarista attraverso la quale si guarda agli anziani, spesso visti come l’ultima ruota del carro solo perché si giudica la vita non come un bene indisponibile, ma come un bene da pesare in base alle prospettive e all’utilità

Soffermiamoci a riflettere su un dato inconfutabile: mentre il 24 febbraio le Regioni più colpite dal virus accorrevano a chiudere asili, scuole e ogni genere di servizio educativo per bambini, qualcuno si è seriamente interessato di intervenire sulle RSA? A ben pensarci, seppur allora non ci fossero sufficienti dati e sufficienti conferme, i bambini sono stati quelli meno, o potremmo dire affatto colpiti dal virus.

 

Nemmeno qualcuno fra governanti e autorità sanitarie si è mai posto il problema sul come avrebbero fatto le famiglie, dal giorno dopo in poi e con un regime lavorativo ancora a pieno ritmo — le varie attività sarebbero state chiuse parecchio dopo il 24 febbraio — ad occuparsi dei bambini. Lo Stato, le Regioni, stavano sostanzialmente abbandonando le famiglie: i servizi per i quali il genitore contribuente ha sempre pagato le tasse, hanno chiuso i battenti scaricando il barile e senza procurare alternative a breve termine e, a ben vedere, nemmeno a lungo termine. 

 

Il paragone forse vi parrà esagerato, ma se ci pensate il principio è lo stesso: perché nessuno ha pensato di trovare soluzioni per gli anziani residenti nelle case di riposo? Perché, fra le autorità dei più svariati campi, nessuno ha pensato di proporre, senza ovviamente obbligare, il rientro degli anziani presso il proprio domicilio per un tempo determinato e quantomeno circoscritto al picco epidemico?

 

Mentre il 24 febbraio le Regioni più colpite dal virus accorrevano a chiudere asili, scuole e ogni genere di servizio educativo per bambini, qualcuno si è seriamente interessato di intervenire sulle RSA?

Riflettete: mentre il governo Conte-bis, a colpi di CPDM impediva ogni tipo di libertà e soprattutto ogni tipo di assembramento, nessuno ha pensato di intervenire nei luoghi dove l’assembramento e la fragilità dei pazienti è da sempre all’ordine del giorno: le strutture per anziani.

 

Dai dati, infatti, avremmo poi potuto pian piano percepire che gran parte dell’ecatombe nazionale — ovviamente non tutta — e del contagio sarebbe passata da lì.

 

Una delle prime azioni è stata chiudere asili e scuole per impedire gli assembramenti, ma nessuno che sia intervenuto in un terreno molto più pericoloso come si è potuto poi osservare a disastro già avvenuto. Un paradosso che è costato tantissimo. È costato morte, dolore, disperazione, solitudine, afflizione dei tanti operatori sanitari mandati in trincea senza armi, chiamati a calarsi nella insolita veste di becchini quotidiani con tutto il trauma che questo comporta e comporterà sulla psiche e sulla professione alla quale si erano votati. 

 

Mentre una sottospecie di lockdown improvvisato procedeva indiscriminatamente, attuato non si sa attraverso quali criteri, i contagi aumentavano comunque e il 44% di essi si registrava nelle RSA. 

 

Mentre una sottospecie di lockdown improvvisato procedeva indiscriminatamente, attuato non si sa attraverso quali criteri, i contagi aumentavano comunque e il 44% di essi si registrava nelle RSA

Ovvio che non si sarebbe potuto pretendere uno svuotamento di tutte queste strutture per garantire il domicilio a ciascuno degli ospiti: molti pazienti residenti in esse hanno bisogno di un sostegno e di una supervisione medico-infermieristica H24, e le attitudini delle stesse famiglie non potrebbero mai essere corrisposte a questo genere di necessità. 

 

Parimenti, però, si sarebbe potuto investire almeno un pensiero su tutti quegli anziani autosufficienti o parzialmente autosufficienti che ivi risiedono, magari proponendo un protocollo che in un certo qual modo spostasse i servizi prestati in struttura presso il domicilio, con tutte le dovute precauzioni e con l’utilizzo di tutti i dispostivi di protezione individuale necessari. 

 

Con il senno di poi ogni cosa è più semplice da analizzare a da proporre, ma come più volte abbiamo scritto sulle colonne di Renovatio 21, il terremoto che ha travolto le RSA era già scritto da inizio epidemia. La verità è che nessuno, come già detto, si è interessato a far sì che tutto ciò fosse evitato. 

 

Mentre piangiamo morti e feriti, quella fetta di popolazione che ha resistito alla fame, alla guerra e alla persecuzione per morire oggi sola, lontana dai propri affetti e chiusa dentro ad un tunnel senza uscita, sarebbe bene iniziare a riflettere e a trovare spunti per proporre una riforma del terzo settore, in particolare per quella parte rivolta agli anziani.

 

Pochi giorni fa l’OMS annunciava come se nulla fosse che «arriveranno altre pandemie» — evidentemente avranno contatti diretti con i laboratori che i virus, i batteri e i vaccini di tanto in tanto li creano su misura  —, prefigurando uno stato di emergenza ad abundantiam, già proposto dalla Protezione Civile durante le ultime comunicazioni pubbliche. Qualora questo dovesse rivelarsi vero, pur facendo poco affidamento sulle già abbastanza fallaci previsioni OMS, il problema tornerebbe a porsi  in maniera probabilmente irreversibile e ancor più grave: se questa volta è andata male, non è escluso che la prossima volta possa andare anche molto, molto peggio. 

La cancellazione del modello famigliare di tipo patriarcale, ha aumentato un marcato senso di «autonomia» aumentando parallelamente l’isolamento delle persone. I figli si parcheggiano all’asilo, i vecchi all’ospizio e così si ha il tempo per fare jogging

 

Ecco perché occorre ripensare l’assetto sanitario-assistenziale rivolto alle persone anziane, per garantire loro una protezione sia dal punto di vista della salute, che dal punto di vista psico-affettivo. Non ci si può più permettere di rinchiudere le persone all’interno di una struttura senza sapere se rivedranno mai i loro cari, senza sapere se rivedranno quella luce all’interno di quel tunnel che in molti casi, nonostante tutte queste chiusure, si è rivelato comunque essere un tunnel senza uscita. 

 

La cancellazione del modello famigliare di tipo patriarcale, di cui nessuno vorrebbe più sentir parlare nonostante sia quello che ha forgiato i nostri nonni e le nostre belle terre, ha aumentato un marcato senso di “autonomia” aumentando parallelamente l’isolamento delle persone. I figli si parcheggiano all’asilo, i vecchi all’ospizio e così si ha il tempo per fare jogging

 

Questa è la mentalità che abbiamo costruito ma che ora abbiamo la possibilità di decostruire. 

 

Difficile pensare che il COVID abbia cambiato radicalmente il modo di pensare: l’uomo moderno, anestetizzato da qualsiasi genere di miraggio effimero e fugace, fa presto a rigettarsi nel proprio habitat. Però forse la sensibilità di qualcuno è stata toccata, perché la morte e il dolore lasciano sempre e comunque un segno in grado di far maturare profonde riflessioni, financo bioetiche. 

 

I traumi che gli anziani subiscono lasciando la propria famiglia, la propria casa e i propri spazi sono incalcolabili. Lo stesso vale per i loro parenti, spesso costretti a tali scelte perché lasciati senza un valido sostegno.

 

I traumi che gli anziani subiscono lasciando la propria famiglia, la propria casa e i propri spazi sono incalcolabili

Le circostanze createsi con l’emergenza COVID possono spingere verso una nuova sinergia fra assistenza socio-sanitaria e famiglia, la quale non deve più sentirsi lasciata sola nella gestione di un malato. Lo Stato, proprio per evitare tutti quei rischi che comporta l’assembramento, dovrebbe rivedere il modello di sostegno a quelle famiglie costrette a lasciare un proprio caro in una casa di cura. Dovrebbe farsi carico, il Sistema Sanitario Nazionale insieme alla politica, di questa assoluta ed urgente necessità.

 

La famiglia deve essere accompagnata per potersi riappropriare di quel senso di appartenenza che vede negli anziani le radici inossidabili delle generazioni passate e future. 

 

Se svuotiamo la mente dai preconcetti che le circostanze e la cultura dominante ci hanno inculcato, potremo facilmente intuire che in fondo non è affatto etico che una persona, dopo una vita di gioie, dolori, sacrifici, rinunce e soddisfazioni finisca in una casa di riposo insieme ad altre persone con le quali non ha mai spartito nulla. 

 

La famiglia deve essere accompagnata per potersi riappropriare di quel senso di appartenenza che vede negli anziani le radici inossidabili delle generazioni passate e future

Rinforzare il servizio domiciliare, spostare le professioni sanitarie presso il domicilio potrebbe senz’altro essere una soluzione, per quanto difficile e tutta da costruire, non solo per evitare quanto è successo in piena epidemia, ma anche per restituire dignità, affetto e calore alle persone più fragili. 

 

Pensiamoci: quanti morti avremmo evitato, quanto dolore in meno se tanti servizi residenziali avessero spostato le proprie risorse e la propria professionalità verso i domicili dei pazienti residenti nelle strutture per un periodo adatto almeno a far rientrare l’emergenza?

 

Da questa riflessione e da questo punto si potrebbe ripartire per interrogarci su come affrontare il futuro di queste realtà, per troppo tempo abbandonate a se stesse.

 

 

Cristiano Lugli