La vita degli Ultras, una riflessione etica (con la Reggiana in serie B)

 

 

La storia che oggi vorrei raccontarvi è molto importante per me, ma non so quanto possa esserlo per voi.

 

In ogni caso proverò a renderla interessante perché credo lo meriti. A volte, dalle cose apparentemente effimere si possono raccogliere grandi elementi sopra i quali riflettere.

 

È una vicenda che mi porto dentro da un po’ e alla quale penso spesso, tuttavia ho sempre ritenuto non avesse gran senso raccontarla pubblicamente. 

 

Oltre a raccontarvi del buon vecchio Rinna, però, voglio raccontarvi di ciò che c’era intorno al Rinna

Accade però che la Reggiana, squadra della mia città e oggi riconosciuta sotto il nome di «Reggio Audace FC» — anche se per noi teste quadre o granata rimarrà sempre «la Regia» —, vince i playoff contro il Bari e vola in serie B dopo più di vent’anni. La città si veste con il vestito della festa e il centro storico si tinge di colori granata ovunque: sembra di aver vinto una finale dei mondiali, ed è comprensibile perché nessuno se lo sarebbe mai aspettato. 

 

Ecco, questo episodio, che sotto sotto ha reso felice anche me, ormai parecchio distante dal calcio, mi ha dato finalmente l’input per raccontarvi questa breve storia. 

 

Nei miei sette anni di lavoro come operatore sanitario ho conosciuto davvero tante persone, raccolto tanti affetti, provate tante gioie e tanti dolori: difficile trasmettere ciò che si prova stando a contatto con il dolore, con la solitudine, ma anche con la fierezza e la voglia di vivere che tante persone anziane e non riescono a trasmettere nonostante tutto. 

 

Tante persone e tanti vissuti mi sono rimasti in mente, nel cuore, e da lì giammai se ne andranno. Ve ne è però uno — vuoi perché anche molto recente — che mi è rimasto impresso come un disegno stampato in volto. 

 

Sto parlandovi del vissuto di «Rinna»: così chiamavano uno dei grandi capi Ultras della Regia, colui che intonava e faceva tremare lo stadio al grido di «Ari Ari Ari Ohh!», coro che si ispira, in una versione sicuramente più rock, al pezzo «Minnie the Moocer» di Cab Colloway, noto anche per essere stato cantato, nel 1980, nel film «The Blues Brothers».

 

Ho avuto modo di conoscere il Rinna sul posto di lavoro, nell’ultimo periodo della sua vita come spesso può capitare a chi arriva nelle strutture in condizioni più o meno gravi. 

 

Rinna, è indubbio, ebbe una vita certamente dissoluta. Un reietto, se volete, ma un reietto di una società troppo spesso giudicante e quasi sempre incurante degli altri. 

 

Non potevo sposare nemmeno uno di quelli che erano gli ideali del Rinna: una vita dissoluta nei confronti di se stesso e degli altri, un linguaggio che te lo raccomando, un fideismo cieco verso il calcio, quasi fosse l’unica ragione di vita e quale culto domenicale dell’ateismo più abietto. Pur tuttavia voglio dirvi che in Rinna c’era del buono, tanto di buono. 

 

Nelle sofferenze più atroci, anche quelle personali con la perdita di alcuni suoi cari, non ha maledetto nessuno, né tantomeno ha mai trattato male qualcuno

Lo dico senza avere nulla da guadagnarci né da perderci. Lo dico perché ho vissuto questa persona nei momenti più difficili, dove si rendeva conto che gran parte di quella sua situazione se l’era creata da solo, o comunque raccoglieva i frutti di una sua vita fin troppo sregolata e disordinata, di cui spesso mi raccontava senza nemmeno troppo imbarazzo. Eppure, nelle sofferenze più atroci, anche quelle personali con la perdita di alcuni suoi cari, non ha maledetto nessuno, né tantomeno ha mai trattato male qualcuno. 

 

Oltre a raccontarvi del buon vecchio Rinna, però, voglio raccontarvi di ciò che c’era intorno al Rinna.

 

Orbene, posso dirvi che io non ho mai visto, in tanti anni, una «famiglia» così vicina e presente come è stata quella di Rinna. La sola grande, enorme differenza è che la famiglia di Rinna erano gli amici Ultras della curva, insieme alla tifoseria del Gruppo Vandelli che si appoggia sui distinti. 

 

Io non ho mai visto, in tanti anni, una «famiglia» così vicina e presente come è stata quella di Rinna. La sola grande, enorme differenza è che la famiglia di Rinna erano gli amici Ultras della curva, insieme alla tifoseria del Gruppo Vandelli che si appoggia sui distinti

La presenza assidua, generosa, numerosa di queste persone è qualcosa che mi è rimasta nel cuore, perché è qualcosa di mai visto ed incredibilmente straordinario. Gli amici «granata» del Rinna venivano, alternandosi con un collaudato turnover, praticamente tutti i giorni. Facce da curva, quasi inquietanti di primo acchito ma che con il tempo ho imparato a conoscere scoprendone la bontà e l’affetto puro, scevro da secondi fini, nei confronti di un amico.

 

La domenica pomeriggio pareva di essere allo stadio: tutti i daspati, ovvero coloro che hanno il daspo e quindi non possono accedere in alcun modo allo stadio, venivano a far visita al Rinna seguendo la partita per radio o in TV e facendo partecipare anche l’amico infermo. 

 

Chiedevano continuamente informazioni sulle condizioni di salute, non mancavano mai di rendersi disponibili per imboccarlo od accudirlo in qualsiasi forma che potesse aiutare non solo lui, ma anche il personale — ovviamente nella limitatezza delle mansioni concesse a parenti o amici.

Lo hanno accompagnato, con amicizia ed affetto sincero, fino all’ultimo suo giorno quando poi fu trasferito per l’ennesima volta in ospedale, nel momento in cui le condizioni erano precipitate

 

Lo hanno accompagnato, con amicizia ed affetto sincero, fino all’ultimo suo giorno quando poi fu trasferito per l’ennesima volta in ospedale, nel momento in cui le condizioni erano precipitate. Hanno portato la sua bara, lo hanno ricordato e continuano a ricordarlo in curva.

 

Tutto questo per dirvi che in tanti anni di lavoro non ho mai visto una famiglia così presente. 

 

Perché mai degli apparenti ceffi da curva sud si comportavano così, con una premura quasi commovente? Era una cosa che non riuscivo a capire, perché appartenente ad un mondo che non conoscevo e mai avrei pensato fosse tale.  Una bontà ed una generosità, unita ad un senso di unione e di appartenenza da far venire la pelle d’oca.

 

Ripeto che con quel mondo non ho niente da spartire, ma una lezione l’ho imparata: nei bassi fondi dell’umanità, nelle periferie esistenziali, quelle vere, c’è tanto potenziale e tanto buono. 

 

Dio stesso a volte si rivela nelle situazioni più improbabili per ricordarci che sono i malati ad aver bisogno del dottore. 

 

Il problema è che oggi, gran parte del clero e dell’episcopato, in mezzo ai malati non vuole starci. Non vogliono proselitismo, non vogliono evangelizzare, non vogliono portare Luce e Speranza, quella evangelica. Lo avete visto durante l’emergenza COVID: hanno chiuso le chiese, hanno lasciato i moribondi senza i sacramenti, non hanno fatto i funerali ai morti lasciando che si compiesse, indisturbatamente, il massonico culto della cremazione.

Non scorderò mai quando gli hooligans inglesi, dopo l’omicidio per mano dello Stato del piccolo Alfie Evans tuonarono contro l’ospedale con striscioni e cori: «Alder Hey Hospital Killers… Alfie Evans Little Warrior», recitava uno striscione presente nella curva dell’Everton. Altri in cui era scritto «God bless Alfie Evans»

 

Se qualcuno facesse almeno lo sforzo di provare a trasformare il fideismo moderno — anche e soprattutto quello calcistico — in Fede, forse qualche risultato si potrebbe ottenere. Certo, non è una guerra facile e la Fede è certamente un dono, una virtù, ma se non ci si prova non lo si può sapere.

 

Non scorderò mai quando gli hooligans inglesi, dopo l’omicidio per mano dello Stato del piccolo Alfie Evans tuonarono contro l’ospedale con striscioni e cori: «Alder Hey Hospital Killers… Alfie Evans Little Warrior», recitava uno striscione presente nella curva dell’Everton. Altri in cui era scritto «God bless Alfie Evans». Così accadde, seppur con toni più pacati e incentrati semplicemente sul cordoglio, anche nelle curve di alcune squadre italiane come Lazio, Roma, Benevento ed altre.

 

Come potete capire, gli Ultras sanno anche distinguere il Bene dal Male, il Vero dal Falso. E lo sanno fare meglio di tanti sofisti, intellettuali e falsi moralisti moderni.

 

Quello che posso dirvi è che nel Rinna e «nei ragazzi della curva»  — come li chiamava lui — ho visto anche tanto buono. 

Gli Ultras sanno anche distinguere il Bene dal Male, il Vero dal Falso. E lo sanno fare meglio di tanti sofisti, intellettuali e falsi moralisti moderni

 

«I pubblicani e le prostituite vi precederanno nel Regno dei Cieli» (Mt. 21, 31).

 

Voglio sperare e pregare che ciò avvenga anche per qualche Ultras, in particolare per il Rinna, del quale porterò sempre un ricordo vivo nel cuore.

 

 

Cristiano Lugli