La quarantena insegnata ad un bambino

 

 

 

In questa quarantena obbligata il concetto del tempo – un tempo che pensiamo colmo di pensieri per quello che potrebbe essere il nostro domani – ci si para davanti in un modo in cui forse mai prima lo avevamo conosciuto: le giornate scorrono lente, silenziose, ritirate, fatte di una monotonia diversa dal solito.

 

In esse, però, possiamo scorgere i particolari che forse ci sono sfuggiti in momenti in cui la frenesia e la concentrazione distribuita su mille intenzioni aveva perennemente il sopravvento, deviandoci dalla natura essenziale delle cose, come già ci è capitato di dire su queste colonne.

 

Per quanto mi riguarda, in questo particolare periodo credo di avere scoperto una cosa straordinaria: c’è un tempo per ogni cosa! Questa frase di origine biblica l’abbiamo sentita probabilmente molte volte, anche nel discorrere dei quotidiani luoghi comuni buttati lì senza pensarci, ma forse non l’abbiamo mai interpretata o compresa bene. L’ho scoperta, devo dire, insieme al mio piccolo Tommaso, il dono per ora più bello che il Buon Dio la vita mi abbiano mai fatto. 

 

Pur avendo continuato a lavorare nella casa di riposo in cui lavoro, accanto a quelli che il mio piccolo chiama «i nonnini del papà», il tempo trascorso con lui è stato più intenso, pieno di quella calma che da obbligata passa ad essere apprezzata e perfino indispensabile.

E così, fra il bacio al pancione della mamma per salutare la sua sorellina che si appresta ad approdare in un mondo difficile, probabilmente quasi da sola in una sala parto che assomiglierà ad una trincea di guerra, in questi giorni abbiamo deciso di imparare a capire cosa voglia dire «c’è un tempo per ogni cosa».

 

E così, fra il bacio al pancione della mamma per salutare la sua sorellina che si appresta ad approdare in un mondo difficile, probabilmente quasi da sola in una sala parto che assomiglierà ad una trincea di guerra, in questi giorni abbiamo deciso di imparare a capire cosa voglia dire «c’è un tempo per ogni cosa».

 

Abbiamo scoperto che c’è un tempo per mangiare, un tempo per giocare, un tempo per lavarsi, un tempo – il più importante di tutti – per fare le preghiere ad inizio e fine giornata, per ringraziare e chiedere, per chiedere e per ringraziare. 

 

Non è stato semplice e non lo è tutt’ora, ma i tempi adesso appaiono essere più scanditi, quasi come l’istituzione di una piccola regola monastica – epperò quasi sempre infranta! – a portata di bambini.

 

Ogni qualvolta ci apprestiamo a fare un’azione, Tommaso adesso mi ripete: «Papà, questo è il tempo di….».

 

Ed è da questo insegnamento che pensavo di aver dato io ma che invece forse ho ricevuto che trovo un ulteriore senso per motivare questa situazione: come usiamo il nostro tempo? Quanto lo scandiamo? Quanto ci è utile in realtà il tempo per risolvere i nostri problemi, per rispondere ai primordiali interrogativi esistenziali della nostra vita?

 

C’è un tempo per mangiare, un tempo per giocare, un tempo per lavarsi, un tempo – il più importante di tutti – per fare le preghiere ad inizio e fine giornata, per ringraziare e chiedere, per chiedere e per ringraziare

Beh, per quanto mi riguarda, ancora una volta, mi basta guardare mio figlio e ascoltarlo quando mi chiede: «Papà, quando il virus sarà andato via possiamo fare una passeggiata un po’ più lunga?»

 

Cosa dire, cosa pensare davanti ad una domanda così ingenua ma così limpida e vera, descrizione perfetta della semplicità essenziale che avrebbe dovuto alimentare le nostre vecchie giornate in quella che era la vita di ieri, oggi stoppata e tuttavia pronta, presto o tardi a ritornare?

 

La vita dei bambini, gli occhi dei bambini sono uno specchio attraverso il quale intravedere un mondo di cui non abbiamo memoria perché accecati da tutto ciò che non è indispensabile. Attraverso di loro ci è però riservato un tuffo in quello che anche noi un tempo abbiamo vissuto pur non ricordandolo ora. Il prezzo da pagare sarà alto, ma la semplicità – che non è mai superficialità – attraverso la quale i bambini si trasformano, come in un eterno spazio ludico, in scivoli che scrollano di dosso i grossi pensieri a volte inutili o comunque risolvibili solo per affidamento alla Provvidenza, è l’unico ed efficace antidoto che può servirci ora. L’unico vero vaccino contro le illusioni di una società anti-umana che vive di virtualismi, Borse, deficit, spread, denaro senza valore capace di mettere in ginocchio, attraverso l’irrealtà delle cose, una Civiltà fatta di persone vere, concrete, in carne ed ossa.

 

L’unico vero vaccino contro le illusioni di una società anti-umana che vive di virtualismi, Borse, deficit, spread, denaro senza valore capace di mettere in ginocchio, attraverso l’irrealtà delle cose, una Civiltà fatta di persone vere, concrete, in carne ed ossa

Sta scritto «se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei Cieli». 

Già, perché solo i bambini possono passare per la porta stretta, solo i bambini possono depurarsi di quella materia inutile che contorna il nostro cuore rendendolo pesante, ansioso, sviato sulle banalità del mondo e sui beni effimeri che lo albergano nonché incapace di schiudersi alle cose veramente necessarie.

 

Guardare il vissuto quotidiano della quarantena di mio figlio è ricevere un insegnamento che, seppur inconscio e di riflesso, parla del vero distacco dal mondo, parla del quieto vivere di tutti i santi giorni e trasuda gemiti di speranza in una battaglia tutt’altro che semplice e tutt’altro che banale.

 

Qualche sera fa, dopo una lunga telefonata con un mio parente stretto ritrovatosi ormai a dover decidere se chiudere o meno la propria attività, Tommaso mi ha chiesto: «Papà, perché sei stato così tanto al telefono?». Ed io ho risposto: «Piccolo, ho dovuto parlare tanto con lo zio perché stiamo attraversando un momento molto duro». Tommaso allora, all’udire la mia risposta, con fare un po’ perplesso ma allo stesso tempo deciso ed interessato mi viene in braccio e mi dice: «Quindi è un momento duro come la legna dura che bruciamo ogni giorno nella stufa?».

 

«Quindi è un momento duro come la legna dura che bruciamo ogni giorno nella stufa?»

Non vi nascondo che il cuore mi si è stretto, e sono riuscito solo a sussurrare, abbracciandolo, queste brevi parole di conferma: «Sì, piccolo mio, è duro proprio come la legna che ogni giorno mettiamo nella stufa per scaldarci».

 

Da quel momento mi sono ripromesso, per amore di mio figlio, che affronterò questa situazione con la durezza di quel legno che ogni giorno è sacrificato dentro la nostra stufa propagando quell’incantevole prodigio che supera ogni nostra possibile comprensione meramente umana: la potenza del calore.

 

E, creando l’incanto magico del fuoco, quello in cui gli occhi di bambini, adulti e vecchi si incantano e si perdono da millenni, ci proiettano in un orizzonte di infinite immagini capaci di donarci forza, tenacia e vigore di fronte alle avversità del nostro tempo.

 

 

Cristiano Lugli