La carenza di vitamina D è collegata all’aumento di gravità e mortalità del COVID-19

 

 

Renovatio 21 traduce e ripubblica questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Renovatio 21 offre la traduzione di questo pezzo di CHD per dare una informazione a 360º.  Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

Il 7  aprile abbiamo suggerito quanto la vitamina D potesse essere determinante nelle infezioni da COVID-19 in base ai tempi della pandemia e alle popolazioni «a rischio». Abbiamo citato la letteratura che mostra che un sufficiente apporto di vitamina D ha ridotto il rischio di infezioni respiratorie acute e la gravità dell’infezione causata da altri virus. Abbiamo trovato diversi studi sull’uso di alti dosaggi di vitamina D in pazienti che devono utilizzare ventilatori che hanno mostrato risultati migliori, inclusa una ridotta mortalità. Un mese fa, abbiamo richiesto ulteriori ricerche.

 

Ora, nuovi studi su pazienti COVID-19 suggeriscono che la sufficienza di vitamina D potrebbe ridurre la gravità e la morte della malattia.

Nuovi studi su pazienti COVID-19 suggeriscono che la sufficienza di vitamina D potrebbe ridurre la gravità e la morte della malattia

 

Le associazioni sono forti

Il 9 aprile, i dati iniziali provenienti dalle Filippine su 212 pazienti confermati positivi al COVID-19 hanno mostrato che il livello di vitamina D era strettamente collegato alla gravità del COVID-19.

 

Lo studio ha suddiviso i pazienti in 4 categorie di gravità in base ai criteri stabiliti a Wuhan. I livelli erano:

 

  • Lieve: lievi caratteristiche cliniche senza polmonite
  • Ordinario – Polmonite confermata da TAC con febbre e altri sintomi respiratori
  • Grave – Ipossia (basso livello di ossigeno) e difficoltà respiratoria
  • Critico – Insufficienza respiratoria che richiede un monitoraggio intensivo.

 

Nell’analisi, l’85,5% dei pazienti con sufficiente (> 30 ng / ml) apporto di vitamina D ha riportato casi lievi mentre il 72,8% dei pazienti con carenza di vitamina D (<20 ng/ml) mostravano casi gravi o critici. 

I pazienti con insufficienza di vitamina D (tra 20 e 30 ng/ml) avevano una probabilità 12,55 volte maggiore di morire e i pazienti con carenza di vitamina D (<20 ng/ml) avevano 19,12 volte più probabilità di morire di malattia rispetto ai pazienti con sufficiente apporto di vitamina D

 

Il 26 aprile, un secondo studio retrospettivo è giunto dall’Indonesia. Questo studio più ampio ha esaminato lo stato della vitamina D in 780 casi confermati di COVID-19. I ricercatori hanno raccolto dati sul livello della vitamina D, l’età, il sesso e la presenza di comorbilità insieme ai dati sulla mortalità. Lo studio ha confermato ciò che sappiamo: che i pazienti maschi, con più di 50 anni e con condizioni preesistenti avevano tutti una probabilità significativamente maggiore di morire di COVID-19. Tuttavia, la scoperta più drammatica è stata che i pazienti con insufficienza di vitamina D (tra 20 e 30 ng/ml) avevano una probabilità 12,55 volte maggiore di morire e i pazienti con carenza di vitamina D (<20 ng/ml) avevano 19,12 volte più probabilità di morire di malattia rispetto ai pazienti con sufficiente apporto di vitamina D.

 

Siccome età, sesso e comorbilità possono anche essere associati alla carenza di vitamina D, i ricercatori hanno quindi effettuato un’analisi corretta. La scoperta chiave è che, anche dopo aver controllato l’età, il sesso e le eventuali comorbilità, «Rispetto ai casi con un livello normale di vitamina D, la probabilità di morte era circa 10,12 maggiore per i pazienti che mostravano carenze di vitamina D».

 

Un terzo piccolo studio condotto presso il Centro di scienze della salute dell’Università della Louisiana , datato 24 aprile, ha esaminato l’insufficienza di vitamina D (VDI) in pazienti con COVID-19 grave e ha discusso i possibili meccanismi correlati alla vitamina D per la coagulopatia e le risposte immunitarie che si stanno osservando. Ha affermato che, «Tra i soggetti ricoverati in terapia intensiva, 11 (84,6%) avevano insufficienza di vitamina D, contro 4 (57,1%) dei soggetti con casi più lievi. Sorprendentemente, il 100% dei pazienti in terapia intensiva con meno di 75 anni aveva insufficiente apporto di vitamina D». Lo studio è limitato dalla piccola dimensione del campione ma è coerente con gli studi sopra citati.

«Il 100% dei pazienti in terapia intensiva con meno di 75 anni aveva insufficiente apporto di vitamina D»

 

In un eccellente articolo di revisione del 2018 sull’effetto della vitamina D sui pazienti in terapia intensiva, gli autori hanno dichiarato: «La carenza di vitamina D è comune nelle malattie critiche con prevalenza tra il 40 e il 70%.» Continuano: «È stato dimostrato che la carenza di vitamina D è associata a sepsi, sindrome da distress respiratorio acuto e danno renale acuto e tre diverse meta-analisi confermano che i pazienti con basso livello di vitamina D hanno una degenza più lunga in terapia intensiva e aumento di morbilità e mortalità».

 

Più di recente, in un altro documento di revisione (2020) che studia i potenziali collegamenti tra il livello di vitamina D e il rischio ammalarsi di influenza e COVID-19, gli autori sottolineano che: «Attraverso diversi meccanismi, la vitamina D può ridurre il rischio di infezioni. Tali meccanismi includono l’induzione di catelicidine e defensine che possono abbassare i tassi di replicazione virale e ridurre le concentrazioni di citochine pro-infiammatorie che producono l’infiammazione che danneggia il rivestimento dei polmoni, causando polmonite». Catelicidine e defensine sono molecole che il corpo produce per proteggersi da batteri, virus e funghi e modulare il sistema immunitario.

«Attraverso diversi meccanismi, la vitamina D può ridurre il rischio di infezioni. Tali meccanismi includono l’induzione di catelicidine e defensine che possono abbassare i tassi di replicazione virale e ridurre le concentrazioni di citochine pro-infiammatorie che producono l’infiammazione che danneggia il rivestimento dei polmoni, causando polmonite»

 

 

Perché la vitamina D dovrebbe essere studiata in grandi studi clinici

Attualmente, solo Remdesivir è stato approvato dalla FDA per i casi gravi di COVID-19. È un pro-farmaco da somministrare per via endovenosa (il farmaco è un precursore; il corpo crea il composto attivo) che è sia costoso, ha un prezzo potenziale di $ 4500 per paziente , sia difficile da produrre in grandi quantità rapidamente.

 

Lo studio NIAID/NIH sul Remdesivir è stato effettuato in doppio cieco e controllato con placebo. I partecipanti dovevano essere positivi al virus e affetti da problemi polmonari. Remdesivir ha migliorato i tempi di recupero (dimissione dall’ospedale o possibilità di tornare alla normale attività) di 4 giorni, da 15 giorni a 11.

 

Tuttavia, la differenza di sopravvivenza complessiva nello studio non ha raggiunto una significatività statistica (mortalità dell’8% nel gruppo trattato, 11,6% nel gruppo placebo). Pertanto, è improbabile che Remdesivir sia rivoluzionario negli Stati Uniti o la soluzione su scala globale.

È improbabile che Remdesivir sia rivoluzionario negli Stati Uniti o la soluzione su scala globale

 

Al contrario, la vitamina D viene generata grazie all’esposizione al sole ed è ampiamente disponibile. È economica, si può assumere tramite integratori e la formulazione iniettabile costa circa $ 100, che potrebbe essere necessaria per i pazienti con malattie renali. È prodotta in tutto il mondo e non è soggetta a restrizioni di brevetto. La sua sicurezza è ben consolidata e riconosciuta.

 

Se la vitamina D può ridurre la gravità del COVID-19, potrebbe veramente essere il fattore che fa la differenza. Togliere la pressione dagli ospedali e dagli operatori sanitari, proteggere i nostri anziani, veterani e prigionieri e prevenire un nuovo aumento di ricoveri e decessi sono alcuni dei vantaggi che offre.

 

La vitamina D viene generata grazie all’esposizione al sole ed è ampiamente disponibile. È economica, si può assumere tramite integratori

Un comunicato stampa del 28 aprile della Medical University of South Carolina è incoraggiante. I primi ricercatori sugli effetti della vitamina D, Bruce Hollis, PhD e il dott. Carol Wagner, stanno iniziando a studiare il COVID-19. Hollis e Wagner hanno recentemente esaminato l’impatto della vitamina D assunta in gravidanza e durante l’allattamento sulla salute infantile. Hanno oltre 60 anni di esperienza nella ricerca sulla vitamina D.

 

Attualmente, ci sono 10 studi clinici tra cui l’effetto della vitamina D per il trattamento del COVID-19, in alcuni come aggiunta a terapie standard e in altri in combinazioni specifiche con altri farmaci e integratori. Sfortunatamente, molti di questi studi non sono ben progettati per mostrare risultati significativi perché le dosi proposte sono piuttosto basse. 

 

 

Il centro della questione

La vitamina D potrebbe mostrarsi rivoluzionaria, riducendo i decessi e la gravità della malattia. La vitamina D, derivata dal sole, è gratuita e l’esposizione regolare per 20 minuti al giorno in questo periodo dell’anno fornirà circa 1000 UI per le persone che vivono a media latitudine che espongono circa il 30% della loro superficie corporea. La vitamina D è disponibile per quasi tutti, anche i più poveri e recentemente disoccupati.

La vitamina D, derivata dal sole, è gratuita e l’esposizione regolare per 20 minuti al giorno in questo periodo dell’anno fornirà circa 1000 UI per le persone che vivono a media latitudine che espongono circa il 30% della loro superficie corporea

 

Le popolazioni che non riescono a uscire facilmente (anziani, popolazioni carcerarie, persone che lavorano in luoghi chiusi) potrebbero aver bisogno di integratori di vitamina D per raggiungere livelli ematici sufficienti. Dovremmo lavorare per testare i livelli di vitamina D in quelle popolazioni per assicurarci che siano sufficienti.

 

Si prega di condividere queste informazioni; potrebbero salvare una vita.

 

 

Katie Weisman e il team di Children’s Health Defense

 

Traduzione di Alessandra Boni

 

 

© 12 maggio 2020, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.