Il virus sta mutando? I dati clinici dicono di sì

 

 

La ripartenza italiana rappresentata dalla tanto attesa “Fase 2” ha gli occhi puntati sul trend di contagio che si constaterà nell’arco dei prossimi giorni: si attendono i numeri, si attende di capire se le riaperture e un regime — perché tale è: un regime — di semilibertà possa portare ad un impennata per quanto riguarda i contagi. 

 

La realtà è che pochi si interrogano sul dato veramente importante: il Sars-Cov-2 si è indebolito? E se così fosse, il numero dei contagi avrebbe lo stesso significato che ha avuto nei mesi di febbraio, di marzo e in buona parte anche di aprile?

 

La realtà è che pochi si interrogano sul dato veramente importante: il Sars-Cov-2 si è indebolito?

I luminari della scienzah, ovviamente, non si sbottonano. Avendo fatto della Scienza — quella vera — una cosa da dibattere nei talk show, sui social, senza più scendere in prima linea, sul campo della sperimentazione per cercare di ottenere risultati concreti, nessuno di loro sa più realmente cosa dire.

 

«Non possiamo saperlo», ci dicono. «È un virus nuovo e non ci sono ancora sufficienti evidenze scientifiche per dire se è mutato o si è indebolito».

 

Già, le evidenze scientifiche. Le evidenze cliniche, invece, di cui la medicina e l’intera scienza dovrebbero tenere rigorosamente conto, è materia dimenticata dai suddetti luminari da talk show nelle quali mani l’Italia e la stessa politica si sono consegnate. 

 

I reparti si stanno liberando e molti padiglioni COVID aperti straordinariamente in tutti gli ospedali del nord Italia stanno chiudendo

L’espressione clinica dell’infezione, infatti, ci dice che il virus si è drasticamente indebolito. Tra febbraio e marzo negli ospedali milanesi vi era una media di 80 persone al giorno che arrivavano in pronto soccorso con sintomi riconducibili al COVID, risultando poi positive al tampone naso-faringeo e necessitando, almeno la maggior parte di loro, del ricovero in terapia intensiva. 

 

Tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio, nonostante il calo dei contagi mai fermatosi, i reparti si stanno liberando e molti padiglioni COVID aperti straordinariamente in tutti gli ospedali del nord Italia stanno chiudendo. Mercoledì scorso c’è stato il record dei guariti e dei dimessi dall’ospedale, quelli evidentemente contagiati nell’ultimo periodo: 8014 in un solo giorno.

 

Questo vuole semplicemente dire che SARS-CoV-2 non è più in grado di arrivare alla cosiddetta “tempesta citochinica”, cioè a quella reazione immunitaria potenzialmente fatale in cui le persone rischiano la vita. Va da sé che ora sono radicalmente diminuiti i pazienti che necessitano di un qualsiasi ricovero ospedaliero: questo sicuramente grazie al fatto che le cure con cui si riesce ad intervenire prontamente e tempestivamente nella fase iniziale della malattia aiutano a non trasportare l’infezione ad un quadro clinico grave — o anche l’utilizzo della plasmaterapia in gravi casi di insufficienza respiratoria dove i pazienti necessitavano di ventilazione — , ma anche per quanto appena detto rispetto all’evidente depotenziamento del virus, non solo dettato dall’arrivo del caldo.

 

SARS-CoV-2 non è più in grado di arrivare alla cosiddetta «tempesta citochinica», cioè a quella reazione immunitaria potenzialmente fatale in cui le persone rischiano la vita

Il direttore del reparto di Malattie Infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, il Dott. Matteo Bassetti, ha recentemente dichiarato che «a marzo questo virus era uno tsunami, ora è diventato un’ondina. Forse è perché ha già colpito i soggetti più fragili, facendo una seleziona naturale, o forse si è depotenziato».

 

Chi scrive non era certo un soggetto fragile, ma è stato colpito da questo tsunami in grado di contagiare, in pochissimo tempo e pur utilizzando tutte le precauzioni, l’intera famiglia. Detto ciò però il Dott. Bassetti ha ragione nell’avanzare l’ipotesi che il COVID-19  abbia già assolto la propria missione mortale. 

 

D’altro canto tutti i virus, specialmente quelli nuovi, svolgono un ruolo opportunistico nel loro obiettivo di sopravvivenza: l’iniziale aggressività muta e il virus si adatta per poter convivere con la propria vittima, giacché uccidendo chi lo ospita auto-impedirebbe la propria replicazione.

Una grossa fetta di italiani, che se non sono morti e non moriranno di COVID, moriranno probabilmente di fame o di umiliante disperazione

 

Queste sono cose per le quali non occorrono network tra virologi o studi su soggetti a campione. Basterebbe che la medicina si riappropriasse dei dati clinici, dei ragionamenti e dell’esperienza diretta sul campo. 

 

Forse, così, le prossime volte eviterebbero di sbagliare ogni possibile manovra che si poteva efficacemente mettere in atto a tempo debito, per poi farla rientrare, sia dal punto di vista scientifico che da quello politico, non appena l’emergenza reale si fosse placata, senza bisogno di mandare in banca rotta l’Italia intera e una grossa fetta di italiani, che se non sono morti e non moriranno di COVID, moriranno probabilmente di fame o di umiliante disperazione.

 

 

Cristiano Lugli