Emilia-Romagna, plasmaterapia, burocrazia

 

 

 

 

L’Emilia-Romagna è stata certamente una delle regioni più coinvolte nella gestione sanitaria dettata dal picco epidemico di Covid-19. 

 

Dopo Codogno (Lombardia) e Vo’ Euganeo (Veneto) si può dire che il disastro più grosso, nonostante il palese tentativo di insabbiarlo, sia avvenuto a Piacenza, coinvolgendo poi pian piano le altre province adiacenti — prima Parma, poi Reggio Emilia, poi ancora Modena fino ad arrivare in Romagna. Alla fine anche il Commissario all’emergenza Coronavirus, Sergio Venturi, ha dovuto ammettere che provincia piacentina ha «affrontato l’ondata di piena senza avere purtroppo ancora tutte le misure di distanziamento e le ulteriori misure di blocchi produttivi che sono stati progressivamente stabiliti». 

 

Del dramma emiliano-romagnolo pare quasi non se ne voglia parlare più di tanto, evitando persino di prendere in considerazione gli sconvolgenti dati a proposito delle RSA

Tuttavia del dramma emiliano-romagnolo pare quasi non se ne voglia parlare più di tanto, evitando persino di prendere in considerazione gli sconvolgenti dati a proposito delle RSA e, quindi, della gestione a livello regionale: il 57,7% dei pazienti deceduti nelle case di cura dell’Emilia-Romagna nei tre mesi di epidemia italiana sono morti a causa del COVID-19. La tanto citata Lombardia è seconda all’Emilia con il 53,4% dei decessi causa Coronavirus tra i pazienti delle residenze per anziani.

 

Prima in classifica fra le province più colpite a livello di decessi nelle RSA causa Sars-Cov-2 troviamo Bergamo — in generale la provincia più colpita di tutte come tasso di mortalità complessivo —, ma al secondo posto non troviamo né Lodi né Brescia né Milano: troviamo Reggio Emilia.

 

Il 57,7% dei pazienti deceduti nelle case di cura dell’Emilia-Romagna nei tre mesi di epidemia italiana sono morti a causa del COVID-19. La tanto citata Lombardia è seconda all’Emilia con il 53,4% dei decessi causa Coronavirus tra i pazienti delle residenze per anziani

Su Renovatio 21 ci siamo già chiesti se per caso sarà avviato un commissariamento anche in questa Regione, se non altro per trovare risposte a questi dati tragici e riguardanti una fetta di popolazione assai fragile, già sufficientemente compromessa dalla necessità di dover passare l’ultimo atto della propria vita lontana dai propri affetti e dalle proprie cose.

 

Abbiamo tuttavia il vago sospetto che l’Emilia-Romagna ne uscirà fuori immacolata, anzi, saltano fuori addirittura voci di un Bonaccini papabile futuro premier. Santi subito, insomma, per buona pace dei dati di mortalità — certamente sottostimati — circa i poveri anziani residenti in luoghi in cui, invece che essere protetti, ci hanno lasciato le penne.

 

Oltre al danno, poi, anche la beffa: qualcuno sta pensando di intervenire seriamente a livello regionale per contenere il disastro propagato all’interno delle residenze per anziani, ancora in totale emergenza? A noi pare di no, considerando che le chiacchiere non curano le persone dal COVID.

 

Sarebbe interessante sapere quanti anziani sono stati seriamente curati all’interno di queste strutture, quando sono stati fatti i primi tamponi e, perché no, quali misure di prevenzione sono state messe in atto e con quanto anticipo. E poi le linee guida: le linee guida delle aziende sanitarie locali — e quindi regionali — sono state efficaci? 

 

In questi giorni la Regione ha dato notizia di essersi messa al lavoro sul fronte di ricerca per la terapia con il plasma iperimmune, sulla quale, ci tengono a dire con convinzione annunciandone la notizia, «allo stato attuale non esistono evidenze scientifiche conclusive che ne dimostrino la comprata efficacia». 

 

Quindi, proseguono, «in attesa che i protocolli clinici regionali in corso possano definire quanto questo approccio terapeutico migliori la prognosi dei pazienti affetti da forme gravi di infezioni da SARS-CoV-2, la Regione ha aderito allo studio nazionale – chiamato “Tsunami” e messo a punto da Aifa e Istituto Superiore di sanità – sull’efficacia della terapia con plasma in pazienti con polmonite dovuta al virus».

 

Difficile non far caso al fatto che mentre la gente muore, o comunque versa in condizioni cliniche gravi, qui il mantra imperante sia «evidenze scientifiche». 

 

Le stesse «evidenze scientifiche» non sono però interessate a nessuno quando è stato il momento di agire con farmaci giammai testati per far fronte al COVID, rivelatisi poi, in un secondo momento, non solo inutili ed inefficaci ma altresì dannosi, e in alcuni casi persino ritirati

Perché per il plasma iperimmune tutti vogliono «evidenze scientifiche»? 

 

Perché per il plasma iperimmune tutti vogliono «evidenze scientifiche»? 

 

Il Direttore del centro nazionale del sangue, Giancarlo Liumbruno, ha espresso soddisfazione per l’adesione dell’Emilia-Romagna alla ricerca “Tsunami”, precisando che lo studio ha tutti i requisiti necessari «per fornire prove scientifiche robuste che finora ancora non abbiamo».

 

Frattanto il Centro regionale sangue e l’Agenzia sanitaria e sociale, in accordo con l’assessorato, hanno predisposto un protocollo di studio per valutare la fattibilità di un percorso regionale di produzione di plasma da pazienti che hanno contratto l’infezione COVID-19. 

Se non ci fossero state Mantova e Pavia, chi avrebbe inviato due sacche di plasma a Palermo per tentare di salvare una donna incinta (e quindi anche il bambino che porta in grembo) appena rientrata da Londra in gravi condizioni a causa del Nuovo Coronavirus?

 

L’obiettivo sarebbe quello di capire quale potrebbe essere la reale capacità produttiva di plasma iperimmune da parte della Rete Trasfusionale Regionale. A partire dall’identificazione attraverso uno studio di fattibilità, di chi, tra i soggetti infettati e guariti dal COVID-19, può essere considerato idoneo a diventare un possibile donatore di «plasma iperimmune».

 

Ora, nessuno vuole qui negare che occorrano inevitabilmente diversi passaggi per giungere alle certezze mediche, ma voi vi immaginate se all’Ospedale Carlo Poma di Mantova il Dott. De Donno e tutto lo staff, compreso l’Ospedale San Matteo di Pavia, avessero aspettato tutto questo tempo? I 48 pazienti che versavano in gravi condizioni, salvati attraverso il plasma, ora sarebbero presumibilmente morti e non potrebbero raccontarcelo.

 

Non c’era tempo. Perché ogni minuto perso sarebbe potuto costare una vita umana. Se non ci fossero state Mantova e Pavia, chi avrebbe inviato due sacche di plasma a Palermo per tentare di salvare una donna incinta (e quindi anche il bambino che porta in grembo) appena rientrata da Londra in gravi condizioni a causa del Nuovo Coronavirus

 

Ci chiediamo ancora una volta: perché molti farmaci dalla dubbia efficacia o comunque testati pochissimo sono stati quasi subito autorizzati e per il plasma, invece, nonostante la certezza sulla sicurezza, tutto diventa così complesso e burocraticizzato?

 

Il protocollo del Dott. De Donno ha funzionato, su tutti i 48 pazienti testati. Non è forse una assoluta evidenza pratica, questa? Possibile che in Emilia-Romagna, come purtroppo in altre regioni, non sia ancora possibile donare il plasma che si è dimostrato strumento efficace, sicuro, gratuito e solidale per salvare vite o migliorare le condizioni di molti pazienti? 

 

Perché molti farmaci dalla dubbia efficacia o comunque testati pochissimo sono stati quasi subito autorizzati e per il plasma, invece, nonostante la certezza sulla sicurezza, tutto diventa così complesso e burocraticizzato?

Cosa stiamo aspettando, visto che non siamo nemmeno sicuri che gli anticorpi dei convalescenti dureranno in eterno? Aspettiamo che molte persone non possano più donare? 

 

Per esperienza personale e diretta posso dire che molti miei colleghi sanitari guariti dal COVID, non riuscendo ad andare a Mantova, non hanno potuto donare perché nelle proprie province le linee guida sulla donazione non erano ancora chiare. Una volta tornati a lavoro, i sanitari — particolarmente quelli ancora a contatto con pazienti-Covid — non possono più donare. Fine del gioco. 

 

Cosa stiamo aspettando, visto che non siamo nemmeno sicuri che gli anticorpi dei convalescenti dureranno in eterno? Aspettiamo che molte persone non possano più donare? 

Pensate quante opportunità perse, quante possibilità buttate per rendere conto al burocratismo delle «evidenze scientifiche».

 

Pensate a quanti anziani che versano ancora in condizioni tutt’altro che buone nelle RSA potrebbero essere probabilmente salvati. 

 

L’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Mantova ha già messo in atto un protocollo specifico per le residenze per anziani Green Park, che coinvolgerà 120 ospiti e pronto ad essere allargato o ampliato ad altre collaborazioni. 

Posso dire che molti miei colleghi sanitari guariti dal COVID, non riuscendo ad andare a Mantova, non hanno potuto donare perché nelle proprie province le linee guida sulla donazione non erano ancora chiare

 

In Emilia-Romagna — dove ci si guarda bene dal citare anche solo lontanamente Mantova e Pavia e, vade retro, non sia mai, il Dott. Giuseppe De Donno — cosa stanno aspettando?  

 

Noi, purtroppo, una vaga idea ce l’abbiamo.

 

 

Cristiano Lugli